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La primavera è forse la stagione più critica per coloro che soffrono di depressione; tutto intorno si vedono i segni della “rinascita”, mentre per il depresso tale mutamento è impedito, vive una sorta di impossibilità a gioire per il rifiorire della natura per cui spesso i sintomi peggiorano. Negli ultimi anni si è iniziato addirittura a parlare di “stato depressivo primaverile” associato a variabili meteorologiche quali la pioggia ed il vento ma, a parte tale peculiare sebbene frequente forma di distimia, ciò che inquieta è la crescente incidenza delle forme depressive propriamente dette.
Dalle ricerche epidemiologiche emerge, comunque, un dato inquietante; circa quattro milioni di italiani soffre di forme più o meno transitorie e profonde di depressione e/o ciclotimie (sindromi maniaco-depressive neurotiche o psicotiche). Ma che cos’è la depressione? Sotto tale termine si racchiudono molteplici manifestazioni cliniche che hanno un tratto in comune “l’abbattimento del tono dell’umore”. Ovviamente ciò non è sufficiente per disegnare i tratti di uno stato depressivo, potrebbe trattarsi di un malumore temporaneo, per cui, a ciò, si debbono associare altri segni quali:
· Stanchezza fisica
· Apatia
· Disturbi del comportamento alimentare (aumento/diminuzione di peso)
· Disturbi del sonno
· Irritabilità e/o crisi di pianto
· Pensiero di morte (tentativi di suicidio)
· Senso di colpa e/o di inutilità
· Dolori fisici resistenti a qualsiasi terapia
E’ chiaro che alcuni di tali sintomi possono caratterizzare chiunque nella cosiddetta “giornata storta” per cui si può parlare di depressione solo quando tali sintomi si associano, permangono per più tempo ed interferiscono con la vita lavorativa e/o familiare di chi ne è portatore. A parte il numero e la durata dei sintomi anche la loro intensità è importante al fine di definire la depressione di grado lieve, moderato e forte. Ad esempio, nel depresso di grado forte la mimica facciale (sede dell’espressione delle emozioni), i gesti e le azioni rallentano e/o si riducono mentre vengono conservati pressoché intatti nelle forme lievi e transitorie. Inoltre occorre ricordare la distinzione tra la depressione endogena e le forme depressive definite reattive e/o neurotiche. La prima è caratterizzata da episodi depressivi improvvisi, a volte alternati ad episodi maniacali, dominati da inibizione psicomotoria e abbassamento dell’umore accompagnati ad ansia, malessere generale e senso di sofferenza o pena. A tutto ciò si associa, frequentemente, rallentamento ideativo (monoideismo = voglio guarire oppure voglio morire oppure ancora delirio) ed irrequietezza fino all’agitazione.
Molto più numerose sono le depressioni neurotico-reattive che hanno alcuni caratteri distintivi rispetto alle endogene:
1. L’abbattimento del tono dell’umore non raggiunge mai la profondità delle depressioni endogene né è associato ad inibizione motoria, ad irrequietezza e/o a monoideismo;
2. L’insorgenza ed il termine della distimia sono graduali (non improvvise) ed il loro decorso è soggetto a numerose oscillazioni in meglio ed in peggio anche se la durata è piuttosto variabile;
3. Esiste uno stretto legame tra l’episodio depressivo ed evento esterno (trauma e/o semplice situazione che genera conflitto) anche se si rileva sempre una struttura nevrotica di base su cui si staglia la crisi;
4. Molto ricca è la sintomatologia nevrotica d’accompagnamento come fobie, ossessioni, atteggiamento istrionico etc.;
5. Spesso la crisi è migliorata o peggiorata da eventi esterni e/o dal semplice contatto con talune situazioni (vacanze – lavoro);
6. L’atteggiamento nei confronti dell’ambiente è aggressivo oppure nostalgico, comunque viene conservato un contatto, seppur “erroneo” con la realtà.
Un’ultima classe di distimie è quella racchiusa sotto la definizione “sindromi depressive esogene” causate da fattori tossici (organici) quali infezioni, abuso di farmaci, tumori etc. Da quanto esposto risulta evidente la difficoltà a fare una diagnosi tempestiva e, conseguentemente, ad individuare la terapia idonea. Un tratto comune a tutte le forme di depressione è costituito dall’alterazione biochimica che ne è alla base. Tale alterazione consiste nella riduzione della concentrazione di alcuni neurotrasmettitori (serotonina – dopamina) che provoca i sintomi della depressione; ciò è stato dimostrato sia mediante l’uso degli IMAO, ossia di farmaci che bloccano la degradazione dei neurotrasmettitori, sia mediante l’uso degli inibitori della ricaptazione della serotonina; in entrambi i casi si ha un effetto antidepressivo dovuto alla maggiore disponibilità di neurotrasmetitori.
A tutt’oggi la terapia d’elezione è costituita dai farmaci di sintesi che, nonostante si rendano indispensabili nelle forme gravi, hanno numerosi effetti collaterali. Per tale motivo i ricercatori hanno posto l’attenzione su alternative terapeutiche, fitoterapiche, che potessero, se non sostituire, quantomeno complementare l’uso dei farmaci di sintesi. Negli ultimi anni, soprattutto in Europa, si sono svolte numerose ricerche riguardanti l’azione antidepressiva di una pianta, l’Iperico, meglio nota come Erba di San Giovanni. I risultati ottenuti sono a dir poco confortanti per cui tale rimedio è entrato a far parte della farmacopea a disposizione per il trattamento delle depressioni. L’Iperico, come tutti i rimedi vegetali, contiene più principi attivi, ognuno con un’area terapeutica d’azione, per cui il suo uso non si limita alla depressione ma può essere esteso al trattamento dell’ansia, degli stati infettivi, delle difficoltà di cicatrizzazione etc. E’ comunque certo che l’attività antidepressiva di tale pianta non è dovuta all’azione di un unico principio attivo ma alla combinazione di tutti quelli che la compongono che sono:
· Xantoni = attività antidepressiva
· Ipericina = attività antivirale
· GABA = attività sedativa
· Proantocianidine = attività antiossidante
· Iperforina = attività cicatrizzante
· Biapigenina = attività sedativa
Dagli studi che mettono a confronto l’attività dell’Iperico con i farmaci di sintesi emerge, inoltre, un dato molto importante ossia la minore incidenza ed il grado lieve degli effetti collaterali dovuti all’uso dell’Iperico (fotosensibilità). Se ne sconsiglia comunque l’uso in gravidanza ed in concomitanza con altri antidepressivi (effetto sommazione). Per quanto concerne il dosaggio, sebbene debba essere “adattato” al cliente, la letteratura fa riferimento ad un totale di 2.7 mg di ipericina al dì come quantità di principio attivo con cui si sono avuti i migliori risultati sia nelle depressioni lievi che in quelle moderate. Diversa è, ovviamente, la posologia per i bambini e per gli anziani.
Nell’ultimo anno l’uso dell’Iperico, sebbene non vi siano ricerche specifiche al riguardo, si è esteso al trattamento degli attacchi di panico (DAP) rivelando proprietà terapeutiche insperate. Il disturbo è andato via via aumentando nell’ultimo decennio tanto che recenti studi epidemiologici parlano di circa 1 milione di italiani affetti; la maggioranza sarebbero donne, circa il doppio rispetto agli uomini, che stanno vivendo situazioni particolarmente stressanti come il matrimonio o la separazione.
In cosa consiste l’attacco di panico? Sebbene, anche in questo caso, sia molto difficile dare una definizione al DAP (disturbo attacchi di panico) in virtù dell’estrema variabilità dei sintomi, esiste un filo conduttore che lega coloro che ne sono affetti; l’elemento costante è la paura di morire, tanto che taluni credono di avere un infarto e corrono al pronto soccorso. Generalmente comincia così la lunga serie di indagini cliniche e di ricoveri che portano spesso ad una diagnosi tardiva del DAP (circa 2 anni dopo la comparsa). Tra i sintomi fisici che caratterizzano tale disturbo, e che sono riconducibili ad una esagerata risposta ansiosa, troviamo:
· Tachicardia
· Sudorazione
· Dispnea
· Tremori
· Disturbi gastrointestinali
· Ipotensione (sino allo svenimento)
A tutto ciò si associano sintomi psichici come claustrofobia oppure agorafobia, vertigini, confusione mentale etc.
In sostanza il DAP potrebbe essere definito come “un’improvvisa ed intensa paura di sé e del mondo che provoca una sorta di paralisi sia motoria che ideativa”. Con il termine paralisi ci si riferisce alla rinuncia a vivere normalmente che taluni individui effettuano per cui non vanno a lavorare, riducono al minimo i contatti sociali, addirittura alcuni smettono di mangiare per paura di rimanere soffocati dal cibo. L’aspetto peculiare del DAP è che spesso si presenta non in risposta a situazioni negative bensì durante esperienze positive o neutre come il viaggio di nozze o lo shopping.
Generalmente sono molteplici i fattori, sia sociali che familiari, che concorrono al determinismo del disturbo in questione sebbene spessissimo si faccia riferimento allo STRESS. Nella realtà un livello ottimale di stress è indispensabile alla vita poiché ci dà l’opportunità di adattarci alle richieste ambientali in continuo cambiamento; ciò che può scatenare patologia è il DISTRESS ossia una eccessiva spesa energetica a fini adattativi. Ovviamente ci sono avvenimenti che giocano un ruolo predominante nel predisporre o meno un individuo al DAP; la maggior parte hanno a che vedere con il lutto e/o l’abbandono e sono il divorzio, la separazione, il licenziamento, il cambiamento dell’attività professionale ed il pensionamento; ma anche eventi estremamente piacevoli come il matrimonio e la nascita di un figlio possono essere vissuti come “perdita” di una condizione precedente.
La fascia di età più a rischio si colloca tra i 20 ed i 45 anni sebbene si possa manifestare, raramente, anche in adolescenti ed anziani. In virtù dell’efficacia, su tale forma morbosa, dei farmaci di sintesi che agiscono sul controllo della serotonina, alcuni medici e/o terapeuti hanno ritenuto opportuno, come già accennato, sperimentare l’Iperico con ottimi risultati. In tali casi, comunque, i risultati sia sull’intensità degli attacchi che sul numero delle recidive vengono potenziati dall’uso simultaneo di oligosoluzioni (Litio – Manganese – Cobalto) oppure di un fitocomplesso che agisca sulla somatizzazione dell’ansia. |